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Capitolo 9 – Bacio di vita


Sgranai gli occhi quando vidi l’aquila librarsi in cielo. Mi aveva trovato. Mi rotolai di lato per nascondermi sotto il primo albero. Ma rotolarmi non mi serviva a molto se non riuscivo a tirarmi in piedi e difendermi. Quando la schiena sbattè contro il tronco dell’albero vicino, mi portai subito la mano al fodero del Jano. Lo trovai vuoto.

L’agghiacciante verso dell’aquila mi fece rabbrividire. Mi guardai velocemente in giro. Dovevo fare qualcosa.

Vidi l’aquila volare bassa tra le chiome degli alberi. Le zampe erano degli artigli enormi color aranciato, sembravano delle lame. L’apertura alare le conferiva una maestosità e un’imponenza che incuteva rispetto e ammirazione al primo sguardo.

Appoggiai la schiena alla corteccia. Respiravo il più silenziosamente possibile. Mi guardai velocemente intorno e vidi il Jano. Mi maledii.

Risplendeva brillante sotto la luce del sole, conficcato nella parete scoscesa da cui ero caduto.

Per prenderlo mi sarei fatto vedere. L’animale si aggirava inquietante e inesorabile sopra gli alberi. Quasi come nella leggenda che fin da piccolo raccontavano ai bambini del mio Regno. La nuvola della morte passa e aleggia, si ferma sopra una casa e il proprietario muore. Poi improvvisamente riprende il suo viaggio. Ecco. Ogni volta che vedevo la sua ombra riflettersi sull’erba verde, mi sentivo come i bambini che scrutano il cielo alla ricerca della nuvola della morte.

L’animale non se ne sarebbe andato. Ero certo che l’unico modo per salvarmi la vita era prendere il Jano e difendermi. Guardai l’ombra che si allontanava di qualche metro da me, per andare nelle chiome vicine. Guardai il Jano. Mi tirai su, prima in ginocchio, poi aggrappandomi alla corteccia, mi misi in piedi.

Feci un passo, la caviglia mi fece quasi gridare dal dolore. Mi morsi l’interno della guancia e mi lanciai, come se non avessi un osso rotto. Come se non sentissi la carne tagliarsi. Difendermi. Quella era l’unica cosa in cui dovevo realmente impegnarmi.

Il richiamo acuto della bestia mi fece spaventò a morte. Non mi fermai. Avevo il terrore di non farcela. Mi lanciai sul Jano, afferrai l’elsa. Caddi di lato, gli artigli della bestia su di me. Sentì le unghie degli artigli cominciare a conficcarsi nella pancia. Il Jano saldo nella mia mano destra calò sull’animale. Riuscii a graffiarla e basta.

Aveva avvertito il pericolo e con un colpo di ali si era allontanata di scatto. Aveva preso diversi metri di distanza e ora volteggiava in alto, fissandomi con gli occhi vitrei, come una divinità in collera, pronta a scendere di nuovo. Pronta a vendicarsi per aver ammazzato il suo compagno.

Provai a tirarmi nuovamente in piedi, facendomi forza con le mani, le braccia, le ginocchia. In quel momento per la prima volta, mi sentivo veramente vivo. Volevo vivere. Nonostante avessi una caviglia rotta, le gambe traballanti, mi stavo alzando. Gli occhi puntati sull’animale, il Jano era un tutt’uno con la mia mano. Improvvisamente sentii tutto intorno a me freddo. A partire da un punto indefinito nella fronte sentivo dell’aria fresca cadermi addosso. Non sapevo cosa stesse accadendo, sentivo solo che dovevo continuare a fissare quella bestia. L’aquila volteggiò per qualche minuto sopra la mia testa, ringhiò acutissima contro di me, ma si alzò in volo ancor di più, sparendo tra le nubi. se ne era andata. Quando abbassai lo sguardo a terra, mi pietrificai. Sotto i miei piedi, l’erba era bruciata. Quello che prima era prato, ora era un cerchio di cenere. Deglutii e guardai la lama del mio Jano. Era bianca e fumava. La mia bocca era asciutta, non avevo più saliva. Mi resi conto di avere una sete incredibile. Provai a toccare la lama con la mano libera per capire se era calda. Quasi persi l’equilibrio. La testa mi girava tantissimo. Feci per cadere, ma qualcuno mi prese. Sgranai gli occhi. Sotto il mio braccio che mi teneva su era apparso Samuele.

-Sono invisibile, ti ricordi? Sono sempre rimasto al tuo fianco- disse lui, abbassandosi leggermente per farmi sedere a terra.

-Grazie- provai a dire con un filo di voce.

-Non solo io. Ringrazia anche Miriam, sei disidratato- disse lui una volta seduto. La vista mi era appannata. Cercavo di strizzare gli occhi per mettere a fuoco, ma erano secchi. Al mio fianco apparve Miriam. Si inginocchiò a terra al mio fianco, mi baciò. Appoggiò una mano sulla mia guancia.

Le labbra erano morbide e umide. Acqua, avevo sete. Chiusi gli occhi e lasciai che una sensazione di tranquillità, freschezza ed energia mi invase. Le toccai la guancia con la mano, accarezzandola a mia volta. Mi piaceva quella sensazione. Sentivo di stare improvvisamente meglio. Quando lei si staccò, aprii piano gli occhi, come dopo una lunga dormita.

-Come stai?- mi chiese lei, le sopracciglia dorate increspate, gli occhi verde marino preoccupati. Per un attimo mi sembrò chiaro quanto non fosse umana. Percepii il suo essere diversa da me. Mi piaceva. Sorrisi con lo sguardo, con il cuore e con le labbra. Stavo da dio.